“Babbo, mi è entrata un scheggia nel dito! Mi fa male, come faccio a toglierlela..?”
Quando andavo ai lupetti, durante le gite in mezzo ai boschi, o provavo a fare dei lavoretti con il legno, mi capitava che qualche scheggia di legno, o qualche pruno o spina mi si conficcasse nelle mani o nelle gambe arrecandomi un dolore sottile, lieve ma costante, una sorta di rumore di fondo, un suono fastidioso che dopo un po’ diventa impercettibile fino a quando non lo senti più e ti abitui a conviverci.
Per carità per una scheggia, almeno come lo erano le mie, non si muore davvero, e col tempo, anche se non curate, tendono a uscire da sole dal nostro corpo.
Il tempo e la memoria. A volte rivali, a volte alleate nel far dimenticare un evento doloroso, anche piccolo e insignificante come l’essersi conficcato una scheggia in un dito, una domenica di festa, durante una passeggiata nei boschi. Ma come si fa a togliersi le schegge dal cuore e dall’anima, che la Vita ti ha conficcato?
Come fare quando il rumore di sottofondo, quel dolore lieve e costante diventa più forte e si fa assordante? Come riuscire ad abituarsi a non sentirlo?
“Non c’è solo il corpo, c’è anche l’anima” mi ha detto ieri sera il Dottore del Pronto Soccorso, mentre dimetteva mio padre. “Suo padre è affetto da un grave stato depressivo, le analisi sono buone, considerato il suo stato, ha bisogno di assistenza sul territorio, il suo medico di famiglia deve attivarsi..” .
Mio padre è sempre stato un Leone, un Vulcano, una Forza della Natura. Ora ha perso la voglia di correre nella Savana, di eruttare e sputare fuori Lava e Lapilli, di scatenare le tempeste.
Ora ha voglia di quiete, di silenzio, forse semplicemente di tornare com’era prima, di riprendere l’auto, di rientrare in quel Vortice continuo che era la sua Vita.
Tutto ciò sembra difficile, forse impossibile, la medicina si arrende, i medici alzano le mani davanti al Male. E io non posso più nemmeno chiedergli come faccio a togliere le schegge che mi si sono conficcate e che non se ne vogliono andare.
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