L’ho sempre sospettato, ma con il tempo e negli ultimi tempi si è rafforzata in me la convinzione che la diversità sia una ricchezza, una fonte di valore inestimabile che dobbiamo coltivare e proteggere con cura.
Stamattina stavo pensando a quali fossero i punti di forza di un libro che raccogliesse storie, punti di vista, approcci e modelli differenti. Sto parlando del libro che stiamo costruendo – è il caso di dire- , case history dopo case history, con le storie Social di aziende italiane, libro che nasce sulla scia e dalla felice esperienza e apprezzamento del format #nofuffa del Social case history forum (a proposito chi fosse interessato a questo progetto editoriale mi scriva, anche tramite questo blog, così spiego in cosa consiste).
Ebbene il vero punto di forza è il racconto collettivo, la pluralità delle voci e dei linguaggi, dei contesti, delle culture, del modo in cui le aziende che hanno deciso di investire in un progetto social hanno affrontato e svolto il “loro” progetto Social, o, più in generale, digital.
Si impara per emulazione, ex-analogia, è una delle forme di apprendimento che conosciamo fin dalla nascita. Imparare dalle esperienze altrui, con gli altri e dagli altri.
Sarà perché la mia storia, la mia cultura, le scelte che abbiamo fatto (i nostri figli arrivano da più di 10.000 km di distanza) a farmi ragionare così, in un momento storico in cui in Italia si discute di Ius solis e solo un paio di giorni fa i figli “diversi”, nati fuori dal matrimonio o adottati, sono stati equiparati ai figli “regolari”.
Non c’è diversità, nella diversità, e se invece c’è, è un valore, una ricchezza, una fonte di ispirazione, una forma di bellezza. Questo è il mio umile pensiero.
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